Nuovi studi evidenziano come le armi nucleari nello spazio possano essere facilmente individuabili. Un innovativo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature da Areg Danagoulian, scienziato del rinomato MIT, introduce un affascinante approccio ingegneristico per valutare se un veicolo spaziale ignoto celi al suo interno un ordigno termonucleare.

Nuovo studio sulle armi nucleari nello spazio
Non si tratta di un piano operativo imminente, bensì di un dettagliato studio di fattibilità che prevede l’impiego di piccoli satelliti ispettori. Questi dispositivi avrebbero il compito di avvicinarsi all’obiettivo per rilevare flussi di particelle anomale, difficilmente giustificabili con le sole condizioni ambientali del cosmo.
L’esigenza di una simile tecnologia risiede nei catastrofici effetti di un’esplosione atomica ad alta quota. Un evento del genere genererebbe una densa nube di elettroni ad altissima energia, in grado di friggere i circuiti della stragrande maggioranza dei veicoli spaziali privi di schermature pesanti, anche a distanze siderali dal punto di detonazione. L’orbita terrestre bassa, oggi satura di costellazioni commerciali e scientifiche fondamentali per la telefonia, la navigazione globale e il monitoraggio climatico, ne uscirebbe devastata. Un drammatico precedente storico è offerto dal test statunitense Starfish Prime del 1962, il quale, eseguito a quattrocento chilometri di altitudine, mise fuori uso una frazione enorme della flotta satellitare dell’epoca, che contava meno di cento unità. In un’era caratterizzata da migliaia di asset attivi, l’impatto economico e sociale sarebbe incalcolabile.
Il progetto di Danagoulian suggerisce l’utilizzo di CubeSat 9U, sonde compatte equipaggiate con sensori d’avanguardia capaci di isolare i segnali sospetti dalle radiazioni cosmiche di fondo. Il meccanismo fisico si basa sulle fasce di Van Allen, dove i protoni intrappolati dal magnetismo terrestre, scontrandosi con l’uranio della presunta testata, provocherebbero una reazione di spallazione neutronica. Questo fenomeno darebbe vita a un’emissione anomala di neutroni, nettamente superiore a quella prodotta da una normale sonda per telecomunicazioni.
Per intercettare questo debole indizio, il rivelatore ipotizzato accoppia uno scintillatore a una particolare schermatura esterna a diamante, sfruttando due distinti piani di rilevazione per mappare con precisione la direzione di provenienza delle particelle. Secondo le simulazioni numeriche, l’ispettore potrebbe smascherare l’arma da una distanza di quattro chilometri in circa sette giorni, lasso di tempo che si ridurrebbe a poche ore qualora la distanza si accorciasse a un chilometro o si impiegassero più sonde in simultanea. Nonostante l’Outer Space Treaty proibisca formalmente gli ordigni di distruzione di massa in orbita, il trattato manca di strumenti tecnici di controllo. Di fronte a casi ambigui come quello del satellite Kosmos 2553, una metodologia d’ispezione passiva non cancellerebbe i complessi nodi della geopolitica, ma offrirebbe una solida base scientifica per diradare le nebbie del sospetto internazionale.