MQ-1 Predator, discretamente micidiale

di Benjo Commenta

Chi lo avrebbe mai detto: si può essere il pilota di un velivolo militare, magari armato fino ai denti, standosene comodamente seduti al sicuro a terra. La moderna tecnologia ha creato gli UAV (Unmanned Aerial Vehicle), velivoli che possono essere pilotati a distanza tramite una stazione remota, i cosiddetti Droni. Uno di questi velivoli è ormai famoso per il suo ampio utilizzo nei moderni scenari bellici soprattutto dall’USAF e dalla CIA: è l’MQ-1 Predator costruito dalla General Atomics.

La CIA e il Pentagono hanno iniziato a sperimentare i droni da ricognizione nei primi anni 1980. All’inizio del 1994 la General Atomics Aeronautical Systems si è aggiudicò un contratto per sviluppare il Predator iniziando la prima fase Advanced Concept Technology Demonstration (ACTD) che durò fino al 1996. Il nuovo progetto derivava direttamente dal drone “Zanzara GA 750 UAV”  svilluppato dall’azienda Leading Systems Inc. di Abraham Karem dopo la stessa ditta, costretta al fallimento, fu rilevata. Nel 1995, il prototipo del Predator partecipò alle esercitazioni militari statunitensi dette Sabbie Roving; il velivolo riscosse un grande successo tanto che le alte sfere militari USA decisero di utilizzarlo nella guerra dei Balcani.

Nel 2001 al Predator RQ-1A furono apportate alcune modifiche per risolvere dei problemi scoperti duranti il volo con avverse condizioni meteo e la nuova versione del velivolo fu denominata “RQ-1B”. Inizialmente il Predator fu designato come RQ-1 Predator ove la “R” indicava la specialità “Ricognizione” dell’United States Department of Defense mentre e la “Q” indicava il sistema di velivoli senza pilota. Nel 2002 l’USAF ha ufficialmente cambiato la denominazione in MQ-1 (dove la “M” indica multi-ruolo) più consona all’utilizzo come aereo armato. I responsabili delle operazioni sono l’11°, il 15° e il 17° Squadrone da Ricognizione, dell’Indian Springs Air Force Auxiliary Field, in Nevada.

Durante le operazioni militari nell’ex Jugoslavia i piloti di Predator si sedevano con gli specialisti all’interno di un furgone nei pressi della pista della base operativa del drone che veniva pilotato prima con segnali radio diretti, poi tramite le reti satellitari. I piloti però dovevano fare i conti con il ritardo delle comunicazioni radio che subivano un ritardo di diversi secondi tra il comando impartito e la risposta del drone. Dal 2000, il miglioramento dei sistemi di comunicazione (sistema JSTARS della USAF) ha permesso di pilotare un drone in remoto anche a grandi distanze controllando l’intero volo via satellite da un qualsiasi centro di comando appositamente equipaggiato.

Il Predator viene comandato dalla stazione a terra da un equipaggio di tre elementi: un pilota e due operatori dei sensori. Il velivolo è equipaggiato con il Multi-AN/AAS-52 Spettral Targeting System, ovvero una telecamera frontale a colori (solitamente utilizzata dal pilota per il controllo del volo), una telecamera day-TV, e una telecamera infrarossi ( per condizioni di scarsa luminosità/notte).

In  precedenza, il Predator era stati dotati di radar per guardare attraverso il fumo, nuvole o foschia, ma l’inutilizzo del sistema ne ha decretò la rimozione per ridurre il peso del velivolo. Ogni veicolo aereo Predator può essere smontato in sei componenti principali e caricato in un container soprannominato “bara”. La stazione di controllo a terra, il componente più ingombrante,  è progettato per essere caricato a bordo di un C-130 Hercules.

Dopo l’uragano Katrina la Federal Aviation Administration (FAA) ha ufficialmente autorizzato per i velivoli M/RQ-1 e M/RQ-9, il volo all’interno dello spazio aereo statunitense civile finalizzato alla ricerca di superstiti di catastrofi. Infatti grazie alla telecamera ad infrarossi con zoom digitale avanzato un Predator  può identificare una traccia di calore di un corpo umano da una quota di 3 km.
Dopo numerosi test effettuati dall’USAF, dotando il velivolo di ali rinforzate e piloni da armamento nonché del designatore laser, i nuovi droni armati sono stati posti in servizio con  la nuova denominazione di MQ-1A. Il connubio tra la quasi invisibilità del Predator e la velocità supersonica dei missili Hellfire AGM-114, concede pochissimo avvertimento di attacco facendone un arma micidiale ben testata nelle operazioni militari in Afghanistan.

L’Aeronautica Militare italiana dal 2001 utilizza gli RQ-1A “Predator” per compiti prettamente militari ISR (Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione) ma in fase di sviluppo per l’utilizzo in attività di controllo del territorio per la lotta alla criminalità organizzata e all’immigrazione clandestina.  Nel 2004 dopo l’addestramento del personale specializzato negli USA assunse piena operatività il 28° gruppo velivoli teleguidati del 32° stormo di Amendola. Il primo vero e proprio impiego operativo dei UAV italiani è avvenuto nel 2005 durante le operazioni militari in Iraq con la missione Antica Babilonia. Nel 2006 anche l’Aeronautica Militare italiana ha utilizzato per la prima volta il controllo completamente remoto del Predator con appoggio satellitare. 

 Il successivo impiego per i velivoli italiani, attualmente ancora in corso, si svolge presso la base di Herat in Afghanistan dove a supporto del contingente italiano vi sono velivoli RQ-1 Predator A, RQ-1 Predator B e i nuovi RQ-9 Predator B.

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