Sai, il jutsu ad arma doppia

di Benjo Commenta

Tutti li conosciamo, almeno una volta li abbiamo visti al cinema in mano a qualche spietato ninja o nelle mani di una splendida ragazza come Jennifer Gardner mentre interpreta l’eroina guerriera Elektra nell’omonimo film o in Dare Devil; quelle armi sono i Sai.

Le origini di quest’arma, stando ad una particolare teoria, prendono forma nei territori dell’antica Cina, ove era noto come San-Ku-Chu, per poi svilupparsi nei Paesi vicini dell’area asiatica come India, Tailandia, Indonesia, Malesia ed soprattutto in Giappone; proprio dall’Impero del Sole viene il nome “Sai” dell’arma coniato nelle isole isole Nansei  delle quali fa parte Okinawa.

Il Sai è un’arma costituita sostanzialmente da un’asta centrale appuntita ai cui lati sporgono, partendo dall’impugnatura (tirapugni), due proiezioni non affilate dette tsuba. Nel Sai tradizionale il rostro centrale appuntito è arrotondato mentre in alcune versioni successive la sezione del rostro centrale ha una forma ottagonale. La forma degli tsuba nel Sai tradizionale è a semicerchio, o squadrata, rivolta in avanti in modo simmetrico;  esiste però un tipo di Sai, denominato Manji, in cui i due tsuba sono posti in modo asimmetrico tra loro con senso del semicerchio uno opposto all’altro.

Secondo alcune ipotesi, come per i bastoni Nunchaku, il Sai in origine era un utensile agricolo utilizzato per piantare il riso, per fare delle misurazioni o addirittura per bloccare le ruote dei carri, ma considerato che di queste teorie non ci sono giunte prove certe è plausibile presumere che il Sai potrebbe essere nato già come arma vera e propria allo stesso modo delle spade. Un’altra teoria invece localizzerebbe in Indonesia le origini del Sai, dove viene chiamato chabang (ramo), pensando ad una evoluzione del tridente indiano. Successivamente, tramite le attività commerciali tra i Paesi asiatici il chabang si sarebbe diffuso nell’area  Indocinese fino a raggiungere Okinawa che ne ha fatto la propria arma tradizionale. Nota curiosa è il fatto che la forma classica del Sai non è altro che la lettera “Ψ” (Psi) dell’alfabeto greco.  

L’arte di usare il Sai, Sai Jutsu, prevede svariate tecniche di utilizzo dell’arma in modo che chi la impugna ne possa fare un uso letale o non letale; infatti il Sai viene normalmente usata per colpire d’impatto (non letale) ma può essere anche usata in affondo di punta per colpire con velocità il torso in corrispondenza del plesso solare. Altra peculiarità del Sai è legata proprio alla forma dell’arma, ovvero la possibilità, avendone la maestria, di difendersi dall’attacco di una spada riuscendo a bloccarne la lama tra il rostro centrale e uno degli tsuba. Pur se molto poco utilizzato, in situazione estrema di combattimento il Sai potrebbe essere utilizzato come Bo Shuriken, ovvero lanciato contro il nemico al fine di trafiggerlo con il rostro centrale.  

Per impugnare un Sai ci sono diverse tecniche che possono essere variate l’una con l’altra velocemente in modo da avere l’arma sia in modalità di attacco che in modalità di difesa. Una delle tecniche prevede che il Sai venga tenuto stretto in mano dal manico facendo attenzione di assicurare la presa con tutte le dita tenendo i pollici nello spazio tra lo tsuba e lo stelo centrale in modo da poter effettuare all’occorrenza un rapido cambio di presa. Il tirapugni serve appunto a concentrare la forza di un pugno mentre la parte lunga, può essere rivolta verso il nemico e usata per colpire in affondo; girando la presa in modo da tenere lo stelo centrale lungo l’avambraccio, il Sai può essere usato come difesa. In genere la tecnica del Sai jutsu prevede una coppia di armi usate una per ogni mano.

Una variante del Sai creata in Giappone prende il nome di Jitte e, rispetto all’arma  tradizionale, è stata modificata eliminando uno degli Tsuba; la nuova versione, non appuntita, fu soprattutto utilizzata dalla polizia giapponese durante il Periodo Edo e viene ne viene tuttora insegnato l’utilizzo presso alcune scuole di Jujutsu e koryu.

 

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